[Paolo Barnard]

SAPETE INUTILI BELLE ANIME O INFAMI TRADITORI? QUESTO RIMANE. E IO SARO’ LA’, DA LEI.


Scrissi:

… Randall Wray stava là, aveva capito che io avevo capito, e solo al termine del mio pathos aveva aggiunto, e sempre con la sua cantilena da Mid-West: “E’ così frustrante. Vedi tutti questi di sinistra che si agitano sui mali laterali, come le mega banche, le multinazionali, il capitalismo. Ok, si possono criticare, ma non capiscono il punto centrale, cioè cosa il denaro moderno avrebbe potuto fare per la gente e per la democrazia. Cosa potrebbe fare ancora oggi”.

Tutto iniziò quella sera. Io ho semplicemente messo assieme ciò che sapevo dei meccanismi di potere sovranazionale con l’essenziale verità di macroeconomia dello Stato della ME-MMT: uno Stato con propria moneta sovrana può comprare tutta l’occupazione che vuole, tutta l’assistenza sociale che vuole, tutta l’istruzione che vuole, tutte le case per gli sfrattati o per i giovani che vuole, e creare una cittadinanza protetta, forte, non impaurita, non ricattata, non ignorante. Può creare la VERA DEMOCRAZIA. Uno Stato con propria moneta sovrana e legittimato dai suoi cittadini nel nome del bene comune, può decretare la morte della mefitica macchina del Vero Potere, e per sempre. Lo può fare, lo poteva fare. Era la nostra gallina dalle uova d’oro. Perché non è mai accaduto? Da qui iniziò la mia ricerca su quel perché, che ha partorito Il Più Grande Crimine.

La scena di povertà più orribile che ho mai visto nella mia vita fu nel 1999 in Africa. Filmavo la puntata di Report “Un  debito senza fondo”, su come il Vero Potere aveva distrutto milioni di vite africane nel momento in cui quel continente aveva immaginato una sua riscossa, che doveva passare attraverso il New International Economic Order di 40 anni fa. Quella scena di miseria mi passò davanti a telecamera spenta. Ero in Tanzania con un gruppo di politici, mi stavano portando a visitare un impianto di produzione di farina di mais per la polenta bianca, il cibo di sopravvivenza di tutta l’Africa sub sahariana. Dovevo filmarlo perché il Fondo Monetario Internazionale aveva appena imposto l’austerità a quel Paese, cioè stop agli aiuti di Stato per la produzione di alimenti, fra le tante misure. Una cosa nazista.

Il complesso, fatiscente ammasso di silos e capannoni sovietici, si ergeva su una spianata di argilla desertica, quasi savana, ed era servito da una strada sterrata che eruttava nuvole di polvere spaventose al passare di ogni camion carico di mais. Si doveva stare sopravento a quelle tempeste, per non esserne impastati come chi fosse caduto in una vasca di gesso ingiallito. L’approccio degli ultimi metri prima delle cancellate era obbligatoriamente a piedi, e io camminavo in fila indiana coi locali accompagnatori. La sfilza dei camion era continua, serrata, rombo e polvere e vento da stordire un rinoceronte. A poco dall’entrata vi fu un vuoto di passaggi degli automezzi e tutto si placò. Al calare del polverone, una figura si materializzò alla mia sinistra, come in un incantesimo da teatro dell’ottocento. Vidi una cosa piccola, gobba, tutt’uno con l’argilla, il volto una maschera gialla dove la terra si era incrostata fra le pieghe della pelle di una donna vecchissima, secca da far pensare che potesse prendere fuoco sotto quel sole, la carne umana l’aveva abbandonata da tempo. Non so dirvi gli stracci che la ricoprivano, se erano stracci, sacchi di plastica, o cosa. Ho visto muoversi solo il suo braccio destro, sembrava un ramo di legno nero, la mano che separava la sabbia con movimenti circolari lenti, quella donna aveva il petto a meno di un metro dal suolo, non so come stesse in piedi. Mi dovetti fermare, gli accompagnatori se ne accorsero e tacquero. Poi la donna mi mostrò la povertà: cercava e raccoglieva singoli chicchi di mais caduti dai camion, e li metteva nel pugno dell’altra mano. Per mangiare.

Capire, chiedere, decidere. Fu tutt’uno. Capire, che ero un’insulsa bella anima che credeva alla personale assoluzione dai mali del mondo perché armato di mezzi patetici, nozioni approssimative, e un titolo di giornalista d’assalto immaginavo di poter combattere la colossale catena di smontaggio delle decenza umana rappresentata dal Vero Potere globale. Chiedere, a quella donna di maledirmi nell’ora della sua vicinissima morte se non avessi speso il resto della mia vita a studiare tutti gli ingranaggi di quella catena con una perizia maniacale al fine di veramente fermarla, perché solo e solo così noi uomini e donne dotati di compassione avremmo potuto ripulire per sempre quella scena dal registro dell’infamia. Decidere, che non avrei avuto altro da dire, a voi che mi leggete, se non questo, da quel giorno in poi. Ed è solo questo che io sto dicendo da anni e anni, che lo dica per la tragedia palestinese, per l’imperialismo militare dell’Occidente, per l’economia del Più Grande Crimine.

La sofferenza di chi è preso nelle maglie del Vero Potere - dal disoccupato italiano alle altre carcasse di legno secco che cercano cicchi di mais fra la polvere, dall’Africa ad Haiti o al Brasile - la dovete ignorare e neppure osare avvicinarvi se credete che si possa combattere anche solo un metro al di sotto della genialità efficientista e della maniacale organizzazione del Vero Potere, o essendo anche solo di una pagina più ignoranti della sua agghiacciante perizia. Fare altrimenti è un insulto a quella donna. E la quasi totalità delle belle anime che guidano la lotta al mostro Neoliberista la stanno insultando.

Ora tu, e solo tu fra le migliaia di persone che leggeranno per nulla queste righe, tu che le hai capite, tu sai cosa ha fatto per me la ME-MMT. Mi ha messo nelle mani l’arma che mi mancava, e che, caricata col fuoco di una conoscenza completa del funzionamento del Vero Potere, potrà esplodergli il colpo che lo abbatte, niente meno. Perché la ME-MMT funziona in Italia e in Tanzania allo stesso preciso modo, ed è per l’economia, la democrazia e la decenza umana quello che la penicillina fu per l’umanità intera. La ME-MMT è uno Stato, legittimato dai cittadini, con la sua moneta sovrana spesa a deficit per loro prima di tutto, fino alla loro completa sicurezza e benessere. E’ il compimento ultimo della democrazia.

E sogno che fra non troppo tempo potrà esistere una favola da raccontare ai nostri bambini che inizierà recitando “C’era una volta un pugno di chicchi di mais intrisi di sabbia…”, e che finirà così  “Ma oggi, bimbi, per fortuna non c’è proprio più”.

Questo scrissi, questo rimane. Paolo Barnard vi volta le spalle, belle anime che "Barnard sei un faro! Continua a scrivere", o ex compagni traditori, meschini opportunisti, repellenti bugiardi. Gggènte bieca. Ma quella donna io non l’abbandono, so già dove andare e cosa fare per lei. Glielo devo. Devo nulla a voi. Dimenticatemi. PB