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1989, IO E ROGER WATERS

 

A 31 anni fui l’unico giornalista al mondo che dopo aver visto il film The Wall dei Pink Floyd, non solo rimase estasiato dall’immane opera di sociologia, psicologia, antropologia sociale, e arte che quel disco rappresentava, ma fui l’unico giornalista al mondo appunto che scrisse al leader, bassista e anima dei Pink Floyd, Roger Waters, chiedendogli un’intervista dove mi raccontasse di quella sua stupefacente opera POLITICA, non musicale.

Gli mandai un fax, non c’erano le email. Una settimana dopo scherzavo a cena con mio cugino Alberto sghignazzando “Ma dai! Te l’immagini se mi diceva di sì? Hahahah!!!!, troppo bello sognare…

La mattina dopo alle 10:23 il mio fax sputa un foglio dell’addetta stampa di Roger Waters: Sì. Indirizzo e data.

E sono a Londra, in uno studio musicale con lui, in camicia alla canadese, mi sorride. Parliamo per 2 ore e mezza. Mentre aspettavo nell’anticamera il suo arrivo, l’addetta stampa mi dice “Lo sa che Roger non dà interviste da due anni? Lo sa che ieri Roger ha detto no a Rolling Stone Magazine di New York? Ma lei chi è?”.

Non sapevo, almeno io, che tutto il film è autobiografico. Il bambinetto che mette il proiettile sui binari sotto la galleria era lui. Le immagini incubo dei vagoni carichi di uomini pupazzi, i ragazzini nei tritacarne erano fantasmi suoi. L’amore che da amplesso si trasforma in carneficina, la depressione di chi vive gli estremi disumani della Cultura della Visibilità massmediatica sono suoi. Roger che mi dice: “Sei su un palco con 400.000 fans davanti. I mega schermi sono fuori sinc, la musica si sente da schifo, quella massa piscia e caga lì sul posto, sono fatti come bestie… io a Los Angeles gli tirai il basso e gli sputai contro”.

Mi parla, come si fa con un fratello, del perché tutta la sua vita fu segnata dall’eroismo dei suoi genitori (in The Wall se ne capisce poco), che allo scoppiare della II Guerra mondiale si dichiararono pacifisti e si arruolarono nelle ambulanze che soccorrevano i civili di Londra colpiti dai blitz tedeschi. Poi suo padre, dopo mesi di orrore a raccogliere membra umane e bambini carbonizzati, una sera a casa disse alla moglie “No, no, stiamo sbagliando. Li dobbiamo combattere”. Si arruolò e finì la sua vita ad Anzio in Italia in una trincea bombardata.

Mi offre una tazza di caffè, e mi chiede: “Tu sei il primo reporter che mi ha mai chiesto di parlare delle mie idee politiche. Ma perché t’interessano?”. Io mi sento un bambino, sinceramente a me sembrava ovvio che The Wall fosse un romanzo di umanità deforme superiore probabilmente a qualsiasi cosa scritta da Russell o Baudrillard, e non so cosa dirgli. E’ come se la Pietà di Michelangelo ti chiedesse “Perché mi guardi?”. Riguardatevi The Wall… Ma non è ovvio?

No, non lo è. Vi rendete conto? Io, un 31enne anonimo italiano ero l’umico giornalista al mondo che mai si era interessato alla monumentale opera sociale di The Wall.

Uno potrebbe stare anni a riguardarsi il momento del film dove si suona la canzone Comfortably Numb, e precisamente a capire, a sviscerare, l’istante dove l’ex pop star ormai putrefatta e dentro la Limousine, si strappa il pus dalla faccia e ne emerge una figura militare fascista.

Lui me ne parlò tanto di quella scena. Nessuno gliel’aveva mai chiesto.

Ma che mondo è questo? Vale la pena viverci? E voi andate all’università a imparare che? Riguardate The Wall, Pink Floyd.

La mia intervista a Roger Waters apparve su un fighettissimo magazine della Mondadori chiamato Chorus, diretto da Giordano Bruno Guerri.

Non ho mai più rivisto Roger Waters. Ne avevo avuto il meglio. Basta così.


 


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