[Alcune considerazioni su...]

(versione stampabile)


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In questa danza oscena che è la vita, intendo proprio la condizione esistenziale umana, se ci si spinge a guardarla fino in fondo vi sono volte in cui s’incappa in pezzetti di tragedia in cui viene da ridere. Tante sono le istanze di questo tipo che potrei raccontare. Ma non voglio sempre essere pesantissimo, quindi oggi sono solo un poco pesante, e vi racconto di Geno.

Siamo a febbraio di 4 anni fa, un freddo porco, tipo meno 5, o simili. Io parcheggio nel retro della mia palazzina in piena notte e mi avvio a entrare dalla porticina posteriore che dà sul cortile. E’ buio, perché quei tirchi dei condomini limano anche sul voltaggio del faretto, tipo sette candele e mezza, per cui non si vede un cazzo. Apro la porta ma questa immediatamente urta qualcosa di grosso e pensante. Sbircio dentro, è un corpo umano disteso sul pavimento. Primo pensiero: un condomino fulminato da un infarto mentre entrava o usciva. Ma no. Il corpo si muove, si sposta goffamente così da permettermi di entrare. Accendo la luce delle scale e mi trovo davanti un barbone, dai, politically correctly si direbbe un senza fissa dimora, ma è troppo lungo da scrivere. Il barbone è giovane, e puzza da svenire. Una miscela di urina alcool sudore di mesi, mamma mia. Ha gli occhi azzurri e i capelli lunghi sul biondo scuro sparati da tutte le parti. Solleva la testa e biascica due parole su cui faccio una diagnosi certa, visto che ne so qualcosa: tossico. Poi lì in un angolino, rannicchiato, vedo un cagnolino che mi guarda col musetto da poverino. Quello la puzza non la riconosce per fortuna sua. Vabbè.

Il barbone mi dice che voleva solo dormire e che se ne sarebbe andato fra poco. Io cosa gli devo dire? “Ok, ciao” e farmi i cazzi miei? Ha le mani con calli giallo neri che le incrostano, ha solo un giaccone di pelle addosso, e domani per lui sarà come oggi, il percorso dell’inimmaginabile che tocca le sue brave tappe della ricerca della dose, poi del mangiare rifiuti, poi le fughe da ovunque si trovi perché uno così lo cacci in automatico da qualsiasi posto pubblico e privato, lui è un espulso di default, anche dalla vita ormai, e infine un pavimento freddo per dormire. Che schifo di vita dormire alla fine di una giornata infame su un pavimento freddo, dove non puoi neppure affossare la testa in qualcosa che ti ricordi che esiste la civiltà. La civiltà ha inventato i cuscini, ma lui non se lo ricorda più. E allora che cosa faccio? Ok, dai, vieni su da me, vediamo cosa posso combinare per te.

Regola 1 col tossico: mai, mai pendertelo in casa, per l’ovvio motivo che la sua malattia, non lui, ti poterà via tutto quello che può mentre dormi e poi scompare. Che aiuto è quello? Sì, 20, 60 dosi, ma poi non gli hai veramente dato nulla. Gli dico di aspettare sul pianerottolo, che va descritto: io sto all’ultimo piano, ho un pianerottolo tutto mio di circa quattro metri di lunghezza per uno e mezzo di larghezza. Sul soffitto passano i tubi del riscaldamento e si sta veramente caldini su quel pianerottolo. Sfilo un materasso dal letto della camera degli ospiti, lenzuola, panno, cuscino e gli apparecchio la sua nuova stanza da letto sul pianerottolo. Lui sta in piedi a guardare col cagnolino di fianco e non ci crede. Ha gli occhi sbarrati da scemo e annuisce con la testa come un pupazzetto. Rientro, gli prendo pane prosciutto, vino e un bicchiere di whisky, e una Manzotin per il cane. “Notte”, lui “Ah! eh, notte”. Chiudo la porta.

Ho un vicino di casa adesso! I nostri ritmi: io torno a  casa sulle 5,30 del mattino e lo devo svegliare alle 6 perché deva andare al SERT a prendere il metadone. Quando esco la sera lui è già nel suo lettino con tutte le sue cosine, si è fatto il comodino, il posacenere, il nido per il cagnetto, ha i suoi giornali da leggere e la pappa che gli faccio io, col whiskino finale. E lo vedi lì con i suoi occhi addormentati scemi che sorride e mi dice ciao sottovoce. Facciamo di solito due chiacchiere. Poi abbiamo rimediato un po’ alla puzza. Ok. Ricordo una notte che salendo le scale mi accorgo che ci sono 3 o 4 cacchine di cane su diversi stuoini. Porca paletta! Lo sveglio, lui si scusa, vado in casa a prendere i guanti di lattice, ma tempo che sono da lui, sto disgraziato ha raccolto tutte le cacche con le mani. Nooo, Dio santo! e giù di Amuchina per mezz’ora. Che scemo che sei.

Una sera sto per uscire, traffico vicino alla porta e sento dall’altra parte una voce che parla strano. Penso, no, non è che adesso questo si porta gli amici? No, vietato. Apro la porta, lo trovo lì, Geno si chiama, in piedi che piange e parla e piange e parla, a chi non so. Geno, che c’è? Lui mi guarda e non vi dico la pena di quella faccia. Gli hanno rubato il cagnetto, e piange, piange piange. Ma è normale. La vita non ha gli occhi, lo so, e quando leva il suo fetido braccio per colpire, e Dio solo sa quante volte accade, va a caso. Oggi di nuovo tocca al rudere umano che stava in piedi per miracolo. Vita, lo vuoi in briciole? Ok, fallo, avremo le briciole puzzolenti di uomo sul mio pianerottolo. Va bene.

Non lo vedo per due giorni, sto male. Una sera alle sette sono in un bar di un altro quartiere a prendere un Campari, appoggiato alla colonna dove ci sono i soliti avvisi appiccicati con lo scotch, tipo vendo camper, smarrito barboncino pago compenso, offerta speciale estetista Barbara ecc.  Il padrone parla con una signora di sto barbone che era venuto a rubare delle brioches la mattina, ma l’aveva fatta franca. Chiedo la descrizione, è lui. Grazie, pago e mi metto a girare il quartiere come un pazzo tutta la sera. Niente.

Torno a casa. Geno c’è. E’ sotto le coperte, sveglio. Come stai? Che fai? Ma qualcosa si muove sotto il panno. Sbuca il muso di un barboncino. Bè, bene, hai un nuovo amico dai, speria… Un momento, fammelo vedere? Cristo Geno ma quello è il barboncino della foto “smarrito” al bar. Non si fa! Cazzo. Lui “mi sentivo solo”, io “ho capito, ma cazzo tu piangevi perché ti avevano rubato il tuo, e sti qua adesso non pensi che stiano male?”. “Eh, ah, eh, ba, bi, bo…”. Dallo indietro subito, domani, ok? Lo leghi fuori dal bar e poi teli, ok? Mi assicura di sì. Macché. Cosa fa lo scemo? Prende l’autobus e l’abbandona lì. Gesù. Dramma morale, chiamo il numero del cartello? Cosa gli dico? Questo rudere qui non può buscarne ancora, ma quei poveretti magari sono disperati per il loro Pucci. Li chiamo e m’invento che l’ATC (azienda trasporti) forse gli ha trovato il cane, perché ne ho visto uno identico abbandonato sul n. 27A, direzione Mazzini. Chiamate di qua e di là, niente, il cane è sparito. Torno a casa incazzato. Geno, stronzo, adesso me la dici tutta la storia, l’autobus stocazzo, tu l’hai venduto il cane, ai punkabestia per una dose, dimmelo! Lui nega, nega, io lo minaccio, lui nega. Allora cambio strategia, e adotto la tecnica tossico-certezza, che non può fallire. Ok, al telefono con quella famiglia li ho sentiti veramente disperati, lo dobbiamo trovare. Senti brutto stronzo, ti becchi 100 euro se mi dici a chi l’hai venduto e a quelli ne do 200. Lui nega. Ok, bastardo, sono 200 per te e 200 per loro. Nulla, Geno ripete la storia dell’autobus. E’ la verità, nessun tossico nella storia del pianeta rifiuta 200 euro, impossibile. E’ la verità.

Ok, adesso mi trovo qui ad aver aiutato un poveraccio ma col peso sulla coscienza che questo ha ferito una famiglia e io lo proteggo, oltre tutto non dovevo fidarmi. Che schifo di situazione.

Metto sul piatto della bilancia della compassione i fatti e le persone. Pende dalla sua parte, dai, quella famiglia oggi piange, ma quanto ha pianto questo e quanto piangerà se lo spingo dentro l’ennesimo arresto, umiliazioni, botte alla polizia, quanto altro letame gli deve cadere addosso? Basta, guarda, veramente, basta.

Geno scomparve un giorno di fine marzo. Così come era venuto. L’ho rivisto l’anno scorso una sera alle dieci. Passavo in auto e vedo un barbone che era chino in posizione preghiera musulmana davanti a una farmacia chiusa. Leccava lo stuoino.

Tempo che parcheggio e corro, Geno non c’era più. La vita ce l’ha fatta. Le briciole di uomo che leccava uno stuoino. Bastarda.

Questo ha senso raccontare adesso.


 


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