[Alcune considerazioni su...]

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Questa è una storia di amore fra due uomini, fu breve, di pochi minuti, ma fu amore. E non l’amore che state immaginando voi ora.

New York, 1990. Potete immaginare le carceri di New York? Potete immaginare chi ci sta lì dentro? Vi faccio capire. Negli anni ’80 la municipalità di NY richiamò in servizio i chirurghi dell’esercito USA che avevano operato in Vietnam. Motivo: le ferite da armi da guerra stavano diventando la norma per le strade di Big Apple. Gli ordinari chirurghi erano impreparati. Un rapinatore ex veterano del Vietnam scrisse in uno straordinario  libro di Martin Baker che aveva perso più sangue nel Bronx che in sud est asiatico in 2 anni di guerra. Poi il crack, allucinogeni, Angel Dust, metamf, stupri, omicidi seriali ecc. Gli uomini che fanno queste cose finiscono talvolta in carcere e io li vado a incontrare. Ma perché?

Perché ogni tanto in quel Paese che si chiama America sprizza il genio, non quello della lampada, quello della mente. Una serie di operatori carcerari aveva, nel 1986, avuto un’idea: e se prendessimo queste belve umane e le trattassimo con amore? Cosa accadrebbe? Prima risposta: sarebbe come presentare a un Tuareg una pista da sci. Una cosa mai vista. Seconda risposta, anzi, scommessa: e se gli cambiassimo la vita? E se riducessimo il tasso di criminalità di tanto? Ok, proviamo.

Noleggiano una chiatta militare inglese che aveva fatto da dormitorio per le truppe britanniche nella guerra della Falkland e l’ancorano al porto di NY. Le danno un nome: Bibby Resolution. Lanciano un programma/offerta rivolto alle belve umane dietro alle sbarre: venite qui, ci state un anno, vi facciamo 8 ore di terapia al giorno obbligatoria, altre due di scuola. I secondini non vestono armi, le celle non hanno serrature. Chi ci sta? Bibby si riempie. E inizia a lavorare sotto la direzione di un greco-americano, Thomas Zompanis. Lì io arrivo nel 1990. Ci vado in compagnia di un fotografo italiano, Claudio, un genio della fotografia che però era pazzo come un folletto, e un giorno appese la macchina al chiodo per fare modellini aerei per il resto della vita. Le sue foto erano da Pulitzer, credetemi. Era tarchiato, grasso, e totalmente glabro. Occhi azzurri. Vabbè.

L’arrivo a Bibby è come arrivare alla pregabbia che fa da protezione alle vera gabbia delle belve. Il quella zona il controllo però spetta alla polizia normale, quella dei telefilm di NY. Controlli fin nello sfintere, frasi secche, pretendono rigorosa obbedienza simil nazista, non scherzano quelli. Noi in fila. Poco più avanti una coppia di neri che andavano in visita a un parente internato a Bibby iniziano protestare a voce alta per una cosa, che non finiscono neppure di pronunciare perché 5 poliziotti gli sono addosso a bastonate selvagge fino a farli stramazzare, poi giù di pancia, ammanettati con le braccia dietro la schiena e trascinati via. Welcome to NY Law and Order.

Dentro a Bibby tutto è diverso. Faccio le interviste ai responsabili, agli psicologi, che sfoderano i dati alla mano: in-cre-di-bi-li. Primo: il tasso di recidività al crimine di chi ha scontato gli ultimi anni a Bibby è crollato del 70%. Secondo, e tenendo in considerazione che qui le guardie non hanno armi e i detenuti possono uscire ed entrare in ogni locale a piacere, il tasso di violenza interna al carcere è stato, da 4 anni, quasi zero. E di conseguenza sono anche crollati i costi legali per l’Amministrazione di NY per le cause dei detenuti vs guardie e viceversa. Funziona, Cristo, e con quella gente lì, capite? (p.s. l’America degli ottusi Repubblicani di Reagan finì per rigettare quell’immensa opera solo perché non volevano essere descritti dai media come “soft on crime”, molli coi criminali. Bibby fu chiusa a metà degli anni ’90 in disprezzo dei risultati clamorosi)

Per il finale della nostra visita abbiamo il permesso di assistere a una seduta di terapia di gruppo. Una stanza con 25 sedie in circolo e 25 ‘belve’. Li guardi, loro ci guardano, e sono tutti neri con uno sguardo mite, ma veramente fra il triste e il nostalgico. Forse nostalgico di tutti gli anni perduti fuori dall’amore e dentro a quel surrogato dell’amore che è la violenza cieca, rapine, stupri, omicidi senza senso. Età media sui 30 anni, aspettativa di vita di pochi anni, sono quasi tutti infettati dall’HIV. Lo psicologo presenta gli italiani e dice che siamo lì solo per testimoniare per l’Italia il loro lavoro. “Ragazzi, nulla di diverso oggi.” dice, “Sam, inizia tu a dire cosa hai dentro questa mattina e come lo vuoi condividere con noi”. Sam si alza e si mette al centro, parla con questa cantilena nera che sembra un rap, le sue parole sono però povere, vuote, ritornelli imparati a memoria, voci che vengono da un’anima che sa di essere già morta, perché 30 anni di Bronx lo hanno probabilmente ucciso fin da bambino. Mi sento male, ho nello stomaco un disagio violento, non vorrei essere lì a testimoniare un essere perduto che finge di programmare la sua nuova vita. E così sono tutti gli altri. Povere anime con nulla più dentro che sembrano bimbetti in piedi sul banco a recitare la poesia a memoria, ma di cui non capiscono nulla.

Con la coda dell’occhio sinistro noto un nero immenso, con un fisico da professionista del pugilato pesi massimi, e due occhi che, forse, sono diversi da quelli degli altri. Ora tocca a lui, si chiama Cloy.

Cloy si mette nel mezzo e detona la bomba della sua mimica, che accompagna un vero urlo in slang, le vene al limite dell’esplosione, muscoli roventi dove vedi ogni fibra che impazzisce sotto la pelle. Grida “Quell’uomo uccideva! quell’uomo massacrava sua moglie ogni sera! Quell’uomo… chi era quell’uomo? Ero io, ioooooo!! Io, uomo, io con queste mani, e guardatele ora, cosa vi sembrano? Mani! Mani! Ed erano mani quando ero bambino, e cosa sono state dopo? Chi l’ha deciso? Chi? Dio che nel Cielo mi guardi, rispondimi! CHI CHI CHI l’ha decisoooo?”.

Si gira verso tutti, cerca tutti con lo sguardo, ha le cornee rosse il naso che gli cola, le labbra che tremano. E si gira e rigira e cerca qualcuno che gli risponda, nel silenzio dei mesti assassini che lo circondano. Lo psicologo lo ringrazia “Thanks Cloy, we are sharing this with you, you can take your seat”. E lui si siede, con il pomo d’adamo che salta su e giù e la bocca ancora ansimante.

Finiamo la seduta, tutti in piedi per i saluti. Strette di mano, io che dico a tutti “Thanks guys, I truly appreciated your cooperation”, ma dentro sto male, e mi chiedo perché faccio questo mestiere. Anche il mio fotografo tozzo e glabro li saluta, ma poi arriva davanti a Cloy. Io sono girato verso loro due. E questo è quello che vedo…

Claudio molla le borse della macchine in terra e gli si butta contro abbracciandolo intorno alla vita. La sua testa pelata non raggiunge i pettorali di Cloy, che per un attimo rimane con le braccia allargate, interdetto. Claudio singhiozza senza ritegno, con gli occhi chiusi stretti, e stringe quel colosso nero come il bimbo stringe la mamma che lo ha sgridato. Cloy è fermo nel mezzo della stanza dove non c’è più nulla e nessuno, perché quella sorta di cose succede in altri mondi e il mondo dove si trova è ora scomparso. Cloy ha il capo chino col mento che gli tocca il petto per guardare quell’uomo bianco che gli sta piangendo addosso urtando il suo stomaco con i suoi singulti. A quel punto Cloy chiude entrambe le mani attorno alla testa glabra di Claudio come una madre fa col neonato dentro al marsupio. Un gesto imponentemente lento e delicato. Lo tiene così. Due enormi mani nere che hanno straziato, e che ora sobbalzano coi singhiozzi di Claudio proteggendolo. E sono rimasti in amore, così. Per un minuto per sempre.

Questo ha senso raccontare ora.


 


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