[Alcune considerazioni su...]

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Poco meno di vent’anni fa lessi sul quotidiano inglese The Guardian un editoriale dal titolo curioso: “I miti erediteranno un bel nulla”. Un chiaro riferimento all’evangelico passaggio “Beati i miti, perché erediteranno la terra”, e alle parole pronunciate molto prima dal re d’Israele, Davide, quando disse “Gli umili erediteranno la terra”. L’autore era l’americano Noam Chomsky, che col suo pungente sarcasmo illustrava alcune delle più tragiche ingiustizie globali a scapito dei poveri del Sud del mondo.

Quel titolo toccò delle corde profonde in me, e non solo nella direzione di una pietas per i miliardi di sfruttati e derelitti del pianeta, ma anche per quello che vedevo qui, a casa mia, in questa Italia. Vedevo un altro ordine di miti e di umili, presenti e numerosissimi fra noi, mentre a fargli da controcampo cresceva un ‘partito’ deteriore stabilitosi nel Paese da un ventennio pressappoco, rilanciato dai media e nei forum civici, e cioè quella che si potrebbe definire la supremazia dei colti televisivi, l’aristocrazia degli informati, la cupola degli esperti e carismatici capipopolo, sempre padroni di tutto lo scibile politico, economico, storico e oltre. Non che fossero una novità in sé, ma erano diversi dai loro omologhi sempre esistiti lungo la Storia, e per due cose: primo, spadroneggiavano in televisione, nelle piazze dei manifestanti, nelle sale dei dibattiti, su quotidiani, periodici e (da lì a poco) su Internet. Secondo, si dichiaravano, contrariamente al passato, interamente dalla parte della gente, devoti alla loro informazione, o al loro servizio come rappresentanti eletti, e non più elites manifestamente verticiste, classiste e padronali.

Ebbene, osservare costoro all’opera dava i brividi. Colpiva la violenza con cui usavano il loro sapere, in tv soprattutto, per sbaragliare, per prevalere, per umiliare, per sbeffeggiare l’avversario; non v’era pietà per il vinto, e il vincitore era subito Star, personaggio, eroe di quello o quell’altro schieramento; alternativamente la cultura di cui disponevano serviva a creare seguiti di massa secondo una struttura rigorosamente verticale, dove il ‘sapiente’, il super informato, era leader indiscusso e incriticabile, per la mole stessa del suo superiore sapere. In questo ruolo si ritrovavano filosofi, docenti, giornalisti, scrittori, intellettuali, persino attori e artisti vari,  o chiunque riuscisse a posizionare il proprio titolo culturale sotto i riflettori dei media. Siamo cresciuti in quegli anni assieme a una ridda di questi soggetti, senza renderci conto di quanto tutto ciò fosse scandaloso e del danno che ci stavano facendo. Il dramma, in particolare, fu che eravamo nell’era della prima massificazione del sapere dagli albori della Storia, e cioè nel momento in cui il connubio fra benessere economico, riduzione delle barriere di classe senza precedenti e scolarizzazione di massa avrebbero reso possibile per la prima volta nella Storia la diffusione per tutti dell’amore per la cultura, finalmente intesa come non come strumento di supremazia, ma come aiuto alla crescita di ciascun individuo nella sua autostima e indipendenza intellettuale, in una società di cittadini forti e protagonisti, di pari. Si sarebbe potuto sperare in una concezione delsapere’ di vera utilità sociale, dove chi per qualsiasi motivo ne deteneva di più poteva lavorare con umiltà e delicatezza per cederne ad altri senza mai intimidire, anzi, il contrario.

E invece, proprio in quel magico momento fiorivano e straripavano dai media questi arroganti e/o teppisti della cultura, questi molossi della conoscenza, solo capaci di intimidire chiunque per trarne un potere personale. Sfruttarono l’esplosiva miscela dell’inevitabile soggezione che sempre incute chi ne sa di più, con la propulsione offerta dalla Cultura della Visibilità (leggi Vip), e nessuno li ha più fermati. “Studia capra!” fu il latrato dell’apripista Sgarbi, sempre sbattuto in faccia ai pochissimi che osavano contraddirlo. Altri non arrivavano a simili estremi, ma di fatto il messaggio era il medesimo per i milioni che ne seguivano le gesta. E la conseguenza fu devastante: il pubblico sempre più intimidito, sempre meno capace di proporsi, sempre più sfiduciato nella propria capacità di elaborare la realtà, e soprattutto sempre più avverso almostro ipertroficoì, cioè la conoscenza, così impossibile da scalare e padroneggiare, vista la schiacciante superiorità di coloro che la possedevano.

Inutile dire che le cose sono solo peggiorate da allora. Ed eccoci a oggi. I satrapi super informati, super colti, super esperti hanno banchettato fino a scoppiare di potere risucchiato a noi persone comuni. Onnipresenti, avvinghiati alle poltrone dei talk show, straripanti a sgomitate gli uni contro gli altri negli scaffali delle librerie, in radio, nelle riviste, essi erano poi imitati da loro repliche minori, altrettanto attive a tutti i livelli sociali fino al circolo culturale di provincia o alla compagnia di amici. Hanno fatto scuola, infatti l’uso sciagurato della superiore conoscenza per imporre il proprio potere è rimasto diffusissimo. Ed eccoci agli umili, ai miti.

Essi erediteranno nulla da questo sistema. Non solo. La loro sconfitta è straziante a vedersi. Sono milioni di esseri umani del tutto degni e dignitosi la cui unica parte nella commedia della dittatura dei colti è, quando va bene, di essere pubblico, o più di norma inesistenti. Guardate ad esempio i volti delle platee dei talk show televisivi. Zitti, attenti, inerti, scattanti solo al comando dell’applauso, indistinti individui che formano solo una massa di chiome varie a far da coreografia all’ospite esperto, divo, personaggio. Sono identità minori schiacciate sullo sfondo. Eppure sono esseri umani complessi, hanno una storia, sono unici anche loro. E tutti gli altri inesistenti? Quelli che in questo sistema sciagurato stanno a Scalfari o a Galli della Loggia, a Travaglio o a Pannella come un sasso sta all’Everest? Ma anche quelli che stanno al saputello del gruppo locale, della compagnia, del bar, come il sasso sta alla montagna?

La cosa disperante è che tutte queste persone non ci provano neppure più, si certificano battute ancor prima di tentare, poiché sono state convinte che il divario fra loro e i padroni del sapere è talmente incolmabile, e che la sconfitta nel paragone sarebbe talmente catastrofica, da neppure considerare un tentativo nella controcassa del cervello. Letteralmente si auto consegnano al buio dell’ignoranza di politica, di storia, di economia, di arte, di religione, tanto è inutile, non possono competere coi grandi, coi medi, e neppure coi piccoli satrapi della conoscenza; si auto eliminano, si pongono da soli e senza disturbare sul ciglio della strada, si mettono di loro spontanea volontà nel sottoscala della vita partecipativa. Questa è una tragedia.

Sono tantissimi, masse enormi che vengono lasciate indietro e di cui nessuno fra i divi del sapere si occupa, se non talvolta con malcelato disprezzo evocando concetti come ‘il popolo bue’ o ‘quelli del Grande Fratello e degli Outlet’, ‘l’Italia da bar’, ecc. L’unica chance che gli è concessa per acquisire una sorta di conoscenza è il passaggio nella scuola. Non lo commento neppure, mi sono già espresso su quella scandalosa istituzione e sui danni che infligge in altri scritti che trovate nel sito. Nella mia attività ormai quasi trentennale sono venuto in contatto con tantissimi di questi umili. E’ accaduto in mille situazioni, nel mio volontariato, nel lavoro, negli incontri pubblici, o semplicemente per caso. Per il ruolo che ho ricoperto, il giornalista, ero automaticamente iscritto al club dei colti, ero un autorevole informato, e non potete immaginare cosa ho visto da quello scranno, bastava solo voler vedere, avere l’umanità per farlo. In particolare negli ospedali, dove ho lottato per anni a fianco degli ammalati e delle loro famiglie: gente quasi il doppio della mia età che subiva e subiva, con un coraggio immenso, e subivano cose oscene ma non fiatavano davanti al ‘professore’ e neppure davanti all’infermiere. Era solo quando dalla loro parte si schierava ‘il giornalista’ che improvvisamente si sentivano forti, anche solo perché io sapevo parlare con tonalità da colto, perché avevo le conoscenze per contrastare l’altro colto, quello che fino a poco prima non li considerava neppure i lamenti dell’ammalato. Nelle occasioni di dibattito pubblico, infinite volte ho dovuto assistere a persone che con la voce tremula dall’emozione osavano dire la loro, ma solo dopo aver premesso e ri-premesso che "io non sono nessuno, per carità…", che "sicuramente dico una sciocchezza, mi perdoni,…". Persone ai miei occhi degne e sacre per il solo fatto di essere, eppure così conciate.

Ma è stato soprattutto nel contesto di gruppo, cene, discussioni, riunioni di associazioni, che il destino dei miti mi appariva in tutta la sua ingiustizia. Nei gruppi ci sono sempre gli informati, quelli che hanno titolo per esprimersi, quelli più carismatici e colti, a qualsiasi livello, dal consesso di professionisti borghesi e altamente istruiti alla compagnia del bar. E ci sono gli altri, che magari sono persone meravigliose ma non sanno un accidenti di politica, meno che meno di Storia o di attualità e cultura, o di sport e mondanità. Se ne stanno un po’ da parte, mentre i pezzi grossi animano e sgomitano per parlare. Talvolta queste ‘ombre’ si inseriscono nel bailamme con una opinione, e accade quasi sempre questo: gli sguardi dei pezzi grossi si soffermano per pochi attimi su quelli del mite che sta dicendo la sua, poi fuggono alla ricerca del contatto visivo e dell’attenzione di un loro pari per poter ripristinare l’interesse e l’adrenalina della discussione, che infatti continua con voci accavallate. Il mite o la mite rimangono sostanzialmente a finire il proprio discorso da soli, o al massimo nella direzione dell’unica persona di tutto il gruppo che ha avuto la bontà di rimanergli/le attento. Questo è così profondamente ingiusto, discriminatorio, demolitore.

Questo uso della conoscenza è odioso. So, perché l’ho visto mettere in pratica e mi ci sono impegnato di persona, che un’altra via c’è, che funziona, ma soprattutto che è drammaticamente necessaria oggi. E’ la via dell’accoglienza dell’altro alla pari, sempre e a prescindere, dove il sapere superiore viene usato, se c’è, con infinita delicatezza, ma sempre dopo aver valorizzato chi ti sta di fronte a prescindere, perché persona degna del 100% della tua attenzione. E’ la via dove chi ne sa anche tanto di più valorizza però nell’altro lo sforzo nell’esprimersi in campi a lui ostici, innanzi tutto, e non importa quanto corredato da informazioni, dati, citazioni, non importa quanto interessante; dove nell’altro si incoraggia l’affidamento alla sua sintesi di pensiero poiché degna in sé sempre. E chi è trattato così, si sente bene, invogliato a dire ancora, e di conseguenza a sapere di più. Si sente accolto come persona capace di dare un contributo senza dover passare esami, competere, essere a livello di chissà chi o che cosa. Chi è trattato così non rinuncia più, e soprattutto impara ad amarsi. Diviene vivo e attivo. Quello di cui abbiamo disperatamente bisogno in questo mondo così iniquo: persone attive a qualsiasi livello di status sociale o di cultura, cittadini pieni che dal ciglio della strada ritornino nel mezzo di essa, alla pari con tutti, per dare il meglio ciascuno nei suoi limiti e senza graduatorie.

Il mio messaggio ai strapi odierni del sapere, a quelli che smaniano nel Sistema come nell’Antisistema, a quelli cioè che usano la loro conoscenza per divenire divi irraggiungibili e adorati, o per prevalere in un qualsiasi gruppo, è: vi maledico. Perché condannate i miti a ereditare nulla da voi. Quando invece potreste essere così utili, se solo li amaste gli umili, i miti.

 

 


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