[Alcune considerazioni su...]

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(modificato) VIVERE DA ATLETI, E POI PAGARLA TROPPO CARA. COME GASSMAN.

 

(modifiche più sotto)*

Quando andavo a letto all’alba incazzato nero perché si deve dormire… e checcazzo di spreco di tempo! Magari ero appena tornato dal Salvador, avevo rischiato la pelle ma avevo nell’anima incontri umani immensi, avventure da romanzo, luoghi che sono Storia sui libri che la gente legge a casa, ma io c’ero.

Poi le donne, lo stravivere anche lì, esattamente ciò che, sempre la gente, vedeva nei film, gli amori ai protoni danzanti, donne e svenimenti, drammi convulsi ma anche tanto donare, illimitato.

Poi l’adrenalina delle news, arrivare primo, prima, e raccontarle dai punti di vista che nessuno capiva. Le mie intuizioni e idee inedite, riuscire a far cose che nessuno aveva fatto prima nel sociale, credetemi, il mio attivismo vide imprese oltre l’impossibile, mi dovete credere. L’adorazione dei fans. Ma la febbre del conoscere era sopra a tutto, a tutto.

Era una vita da ‘atleta’, io ho vissuto una vita intera da ‘atleta’.

Vittorio Gassman. Me lo ricordo in un dettaglio che ancora oggi mi tocca, mi taglia, mi tormenta. Nessuno probabilmente lo notò, perché fu un brevissimo spezzone d’intervista che gli fece un’inviata RAI fuori da un teatro di Roma, nel caos. Lui, invecchiato, parlò pochi secondi, fu trasmesso da un banale Tg.

Ricordo il volto di Gassman, era tetro, e non esagero. Ancora fiero, certo, ma tenebre allo stato puro. Infatti da sempre si dice che Vittorio si sia in realtà suicidato. La giornalista gli chiese banalmente una cosa tipo “Come sta? Dove la vedremo in futuro?”. L’attore rispose di sbieco, guardando la donna assai più bassa di lui come ci si gira a guardare svogliatamente un oggetto:

Maaa… Vede, io ho vissuto una vita da ‘atleta’, e quando si è vissuti così, poi, dopo… non è facile”. Gassman disse poco altro, si girò cupo, fine. Morì pochi mesi dopo, forse suicida.

Io ho quasi 60 anni, sono ancora in pieno un ‘atleta’, ma per motivi molto diversi da quelli del famoso attore anche io sono adesso imprigionato fuori dalla vita da ‘atleta’, devo essere sincero, per me quella vita “is over and, I think, for good”, tradotto “è finita e, penso, per sempre”. Non sto qui a dirvene i motivi, alcuni di voi li possono intuire conoscendomi. Il punto è un altro, e per me, come fu per Gassman, è orrore, mi rende, come accadde a lui, tetro.

Il punto è che io non so vivere fuori dalla pista, giù dal podio, senza l’adrenalina della vera lotta e quella del pericolo di distruggermi in lotta. Non ne sono capace, non ho il DNA di mio padre in questo, di sicuro no. Lui nacque ‘vecchio’, non scherzo, a 23 anni il suo sogno era di vivere in una biblioteca e poi pubblicare saggi letterari, zero donne, zero mondo, viaggi, rischi, zero attivismo, solo libri e pantofole era lui, mio padre. Come cazzo e da dove cazzo sono uscito io? Dal nonno, personaggio immenso. Ma ok.

Non so vivere come mi tocca oggi. E questo, ve lo confesso lettori, mi sta ammazzando. Depressione, alcol (finito il secondo, mi devasta ancora la prima), ansia fuori controllo, ma soprattutto il non senso di vivere, zero, e ogni bastardo giorno in cui mi sveglio, quella merda di non senso mi aggredisce come uno squadrista con una mazza in mano. Mi trascino alla doccia, mi sento morire a ogni risveglio.

Apro sul pc una foto di Salgado, mi viene da piangere. Vedo per strada una meraviglia di Dio di 25 anni di donna e mi sento un rudere di rughe completamente fuori gara, fine della festa anche lì. Leggo qualcosa di fondamentale, m’illumino per un attimo e penso di prendere un aereo andare..., e poi so che non posso. Mi balza un'idea di lotta civica, ma ecco che mi cala la realtà della sparpagliata pollitalica Italia. Il volontariato? Mi ci affogai per decenni. Oggi il giornalista Barnard non è più in volo per il Salvador, o per l’Africa, non può più, e neppure gli è concesso di gridare giustizia in televisione. Oggi Barnard striscia su Facebook e su un sito che non si caga nessuno e sta a un tavolo della stessa trattoria tutte le notti a crepare col pc davanti e le mail di quelli che "Sei un grande, non mollare".

Sono nato per vivere da ‘atleta’ e non sono capace di vivere come oggi. Sono convinto che ne morirò fisicamente, davvero, e non credo fra molto, poi è vero, chi lo sa... Vorrei nella mia fantasia poter chiamare uno come Steve McCurry e proprio chiederglielo: ma tu come fai oggi, mentre invecchi e stai da parte? O il grande Ettore Mo, per la stessa domanda, anzi, a lui direi “Come ci sei arrivato a 85 anni dopo aver vissuto sui monti dell’Afghsanistan o nelle paludi dell’Iraq per decenni? Oggi che non puoi più respirare in quel modo, oggi che denunciare non serve più a nulla?”.

Tento tutti i giorni di darmi una risposta, di trovare un senso al mio misero fare di oggi, ma vado ogni giorno contro al muro.

Qualcuno di voi ha vissuto da ‘atleta’ e oggi ne sta morendo? Gassman, mi senti?

 


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