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(versione stampabile)


“TIME TO DIE”. PER NON CREARE EQUIVOCI.

 

Non meno il can per l’aia. La mia stagione dei rapporti di coppia con le donne è chiusa.

L’ultimo di questi rapporti nella vita di Paolo Rossi Barnard si è chiuso nel gennaio di quest’anno. E io ho calato il sipario.

Voglio che mi si prenda molto sul serio. Un uomo che sia un uomo lo sente dentro quando qualcosa in lui finisce. E non voglio creare equivoci, che già albeggiano, con le tante donne con cui dialogo, scherzo o che sfotto, e che mi danno segnali inquietanti. Io non sarò mai il vostro uomo.

C’è un momento per tutto nella vita. Ci fu per me il momento dove vissi una vita, o meglio, molte vite da romanzo di Joseph Conrad, ma per tanti motivi è finito, e non tornerà più. Tutto finisce.

Ancora mi bagna gli occhi la scena finale di un immenso film che praticamente nessuno ha capito, brutalmente visto dalle masse come fantascienza, ma che era uno dei dipinti della tragedia esistenziale umana più laceranti mai fatti: Blade Runner. Alla fine di una lotta sanguinaria, l’androide china il capo e sussurra “Time to die”.

E ci racconta che il tempo della morte di qualcosa, di qualcuno, o di noi stessi non è solo il decesso. Moriamo tante volte nella vita, va accettato.

Time to die” oggi per Paolo e per i tanti amori che ha avuto e non avrà mai più. Siete avvisate, per favore.

 


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