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NON MI SENTO, DOPO TUTTO. CHE COSA MUTA QUESTA.

 

La mia vita è stata un romanzo scritto da Joseph Conrad. La mia infanzia mi regalò i giocattoli del ‘diverso’, dell’underdog, e quell’incontro così precoce con pietrate nel cranio. Un adolescente miserabile, poi incontrollabile. Divenni un giovane adulto, decollai con la potenza del meteorite per poi sfracellarmi in pochissimo tempo sull’osceno soffitto del passato che non sapevo di portarmi dentro. I miei pezzi erano talmente sparpagliati, cocci, frantumi, che dovette intervenire una divinità, a me ancora ignota, a rimetterli assieme.

Ho avuto fate, maghe, streghe come donne, bellissime, sensualissime, terribili, e tante. Non ho mai capito perché solo le fate, le maghe, le streghe donne, bellissime, sensualissime, terribili mi si fiondano addosso di continuo. Le donne normali m'ignorano. I miei orgasmi e l’amore che ho intrecciato non hanno le parole per essere rivelati.

Ho visto la vita, tutta, circumnavigando il globo, so il dolore di altri e il mio, tanto, so la tragedia di altri e quella accanto a me, ho visto le cose che in genere gli altri non possono vedere, ho incontrato uomini Dei, e uomini satanici, la morte in tutte le sue forme, lì proprio davanti a me, e ancora non mi sembra vero, e la morte mi ha sfiorato più di una volta. Le miserie umane, le oscenità storiche e le oscenità sociali, le glorie di alcuni eroi, incontri eccezionali, la guerra, anche questo ho visto e avuto. Ho toccato in me stesso il fondo, so di che colore è quel fondo di cui si parla quando si dice toccare il fondo. E tutto quanto sopra  metterebbe in seria difficoltà la penna di Fedor Dostoevskij per descriverlo.

Ho avuto successo nel lavoro nonostante io sia… io. Trovo questa cosa incredibile. Ricevo adorazione, sono visto da tanti come un’icona, e non solo glielo leggo nello sguardo o nelle parole che mi scrivono, ma me lo dicono nel tremore della loro mano quando me la stringono.

Ho occhi che vedono le cose che non si vedono. 

E la mia placenta era fatta di compassione. Non me l’hanno mai strappata, non potevano.

Ho avuto una vita così.

E sapete cosa? Tutto questo io non lo sento mai. E’ il motivo per cui lo scrivo adesso, a quest’ora di notte, perché mi è appena passato nella mente, poi fra un secondo tutto scomparirà. Mi dovete credere, io ogni giorno in bicicletta verso la colazione o su per le scale o mentre rispondo al telefono o indosso una felpa – così come per tutta la mia vita passata mentre vivevo quel mio indicibile romanzo – io non lo sento, e se devo dire come allora mi sento, la risposta è: non mi sento.

Quelle pochissime volte che penso a che razza di vita ho avuto, mi chiedo: ma mi è veramente successo?

Che scherzo è vivere. Tanto valeva che non le avessi mai passate, odiate, piante, gridate, godute da semidio tutte quelle vite che ho avuto, e per fortuna il romanzo non fu mai scritto. Non lo avrei neppure voluto leggere, per quella sensazione che non posso crederci che sono io in quelle pagine, non me lo sento addosso, non mi sento.

Uno nasce e spera di avere una vita come la mia. Ma se posso passarvi qualcosa, è che alla fine non cambia niente come si è vissuto, quanto si è avuto, cosa si è visto, non cambia niente per sé, non ci si sente. Eh, già, vi dicono sempre il contrario, vero? Falso, credetemi. 

Sono convinto che i Conrad o Dostoevskij della Storia scrissero ciò che ci hanno lasciato proprio per questo: consapevoli, disperatamente tali, che se non avessero fissato con l’inchiostro i romanzi visti e vissuti, si sarebbero ritrovati a pensare come me, e sono certo che nonostante il loro immane sforzo, ci si ritrovarono a pensare come me: non si sentivano. Alla fine, per se stessi, non cambia niente come si è vissuto, quanto si è avuto, cosa si è visto, perché uno come me e altri come me si sveglia ogni giorno, e un giorno non si sveglierà più, senza mai sentire il grande romanzo visto, vissuto, avuto. E allora, dai…

 


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