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La pietà non selettiva. Una lezione da Bergen Belsen

Capita nella vita di ricevere inaspettatamente un aiuto, proprio nel momento in cui iniziavi a credere che ciò per cui ti batti e che divulghi possa essere, dopo tutto, sbagliato. Appartengo a uno sparuto gruppo di giornalisti e intellettuali che da tempo hanno abbandonato qualsiasi remora nella condanna dei crimini di Israele, che esponiamo al pubblico usando termini estremi. Diciamo infatti che le condotte israeliane di oppressione dei palestinesi sono in determinati casi di stampo neonaziste, e che in almeno un aspetto sono persino peggiori dell’Olocausto. Diciamo che il Sionismo ha rapito l’identità ebraica da decenni,  e che l’ha sfigurata coi suoi crimini al punto da suscitare disgusto in tanti ebrei. Diciamo anche che Israele sta sfruttando vergognosamente la memoria dell’Olocausto per rendersi immune da critiche contro la sua sadica oppressione del popolo palestinese. E diciamo infine che la pietà non può essere selettiva, non la si può provare per la tragedia ebraica ma non per quella palestinese. Così si è degli ipocriti.

Per queste idee veniamo isolati, distrutti professionalmente, e veniamo fatti sentire dei “deliranti” (Travaglio a me) o dei “biechi antisemiti” (Teodori a me). L’intensità delle critiche raggiunge una tale serrata diffusione da farci vacillare. L’isolamento poi gioca un brutto scherzo, e ci troviamo a volte a chiederci “e se fossimo usciti dalle righe?”, “e se avessimo perso il senso del limite?”, ma soprattutto “siamo davvero morali in quelle critiche?”. E’ come essere soli di fronte a una folla oceanica che ti dice che sei tutto sbagliato. Dopo un po’ inizi a credergli. La sensazione è, vi assicuro, opprimente.

Ma come dicevo all’inizio, accade che inaspettatamente una mano ti venga tesa, e tutto cambia. La mano l’ho ricevuta ieri da Bergen Belsen, uno degli infami campi di sterminio nazisti degli anni ’40. Da là uscì per miracolo nel 1945 una donna straordinaria che risponde al nome di Hanna Levy-Hass, ebrea jugoslava, comunista. Hanna perse la voglia di vivere durante la prigionia, lasciò infatti scritto che non comprendeva come si potesse lottare per la sopravvivenza quando le condizioni di vita erano talmente abominevoli. Parole che si trovavano nel suo diario, scribacchiato in segreto nelle notti passate nelle baracche del campo, e che divenne un libro dal titolo ‘Diario di Bergen Belsen’, (ed. La nuova Italia, Firenze, 1972), oggi ripubblicato negli USA da Haymarket Books. Hanna Levy-Hass dopo la guerra emigrò in Israele, dove però non condusse un’esistenza serena. Anche lì la perdita di senso esistenziale le rimase accanto: aveva lottato per il socialismo, e il socialismo nei decenni del benessere si era sfaldato assieme a tanti suoi ideali, abbandonato ovunque a favore di un’esistenza commerciale; era un’ebrea della diaspora (cioè contenta di vivere in un Paese europeo ospite) e non una sionista (cioè i fanatici colonizzatori della Palestina), e nella diaspora voleva vivere, ma la guerra aveva distrutto quel desiderio; aveva preso dimora in Israele, ma l’esperienza dell’oppressione dei palestinesi da parte ebraica le aveva distrutto moralmente anche quell’ultimo rifugio; e infine aveva visto lo smembramento della sua Jugoslavia.

Hanna fu testimone fino alla sua morte dell’indignazione che un’ebrea non sionista e sopravvissuta all’Olocausto sapeva provare per i crimini israeliani contro un popolo inerme, per il razzismo israeliano, per la sofferenza di tanti innocenti. Lei era ebrea, non sionista, lo ribadì con forza. Seppe, in altre parole, provare una pietà non selettiva. Lei, che aveva vissuto sulla sua anima il fondo più nero della belva umana in azione, aveva questa pietà, vera. Una lezione di fronte alla quale chiunque si inchini.

Hanna Levy-Hass fu la madre di quella grande giornalista israeliana che risponde al nome di Amira Hass, una implacabile accusatrice del suo Paese che vive a Gaza e che testimonia da anni il sadismo disumano di Tel Aviv in Palestina. Hanna visse col perenne desiderio di fuggire da Israele, ma non poté. E fu suo marito, anch’egli un sopravvissuto allo sterminio nazista, che ebbe lo straordinario coraggio di affermare “E’ vero che noi ebrei fummo sterminati, ma furono cinque anni, e finì. La nostra sofferenza durò qualche anno, ci fu una guerra contro di essa, e finì. Ma ora mi chiedo… la sofferenza dei palestinesi continua, e continua senza fine, e non so veramente quale sia peggio”.

Forti di queste verità morali i coniugi Levy-Hass lottarono nelle strade di Tel Aviv per anni, gridando la loro indignazione per l’uso spudorato che la leadership sionista faceva della memoria dell’Olocausto come bavaglio stampato sul volto di chiunque nel mondo obiettasse alle criminose condotte di Israele in Palestina.

Concludo. Avrebbero potuto sentirsi vittime cui ogni risarcimento è dovuto, di fronte alla cui sofferenza ogni altro dramma è minore. E invece si spesero anima e corpo per il dramma altrui. Che una tale integrità nella compassione abitasse due scampati a Bergen Belsen è, di nuovo, una lezione imprescindibile. E mi chiedo francamente come facciano ancora oggi così tanti 'intellettuali' negazionisti del dramma palestinese a perseverare nella loro indecenza a fronte di esempi come questo.

 

 

 


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