[Alcune considerazioni su...]

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POVIA, IL MIO G.., E UN ABBRACCIO CHE MAI VERRA’.

 

Povia è un folle. Ha scritto una canzone capolavoro e l’ha interpretata in un video che sta alla pari di una regia di Mark Pellington. No, guardate, io sono Paolo Barnard e sparo in faccia a tutti indistintamente, e se Povia avesse scritto musica-testo e fatto un video mediocre, lo scriverei QUI. No, la canzone è un capolavoro e il video è a livelli di Pellington. Ma Povia è un folle. Si sta suicidando, perché se uno dice quello che lui dice in quella canzone, sarà fortunato se da oggi lo faranno suonare alla sagra del fungo di San Porzio sul Tanaro. Povia si è ispirato al mio lavoro nella canzone, lo ringrazio, ma mi sento responsabile del suo suicidio artistico. Comunque ascoltatela  https://www.youtube.com/watch?v=K-ecOmENIhM

Anni e anni fa, quando tentavo di cambiare in senso più umano la Sanità italiana con un gruppo di grandi clinici ammalati gravi, quando feci con loro Nemesi Medica per la RAI (7 repliche), il libro Dall’Altra Parte (Rizzoli BUR 9 ristampe), e un incontro col Ministro Livia Turco, incappai in un ragazzino di 18 anni che seguiva le nostre conferenze come un segugio. Ma perché la sera del suo 18esimo compleanno la passò ad ascoltare quei grandi clinici ammalati in una città molto distante dalla sua? Perché suo padre stava morendo, ancora giovane, e lui cercava aiuto. Un aiuto a non morire di pianto.

Me lo trovai per caso su un treno notturno, lui, G., che da Ancona tornava a Bologna dove vivo. Era emozionatissimo allo star seduto in uno scompartimento buio ma vuoto e di rimpetto a me. Mi lodava, era adrenalinico… ci misi dieci minuti per portarlo al cuore delle sua disperazione. Dio sa quanto pianse quel bimbo. Da allora non l’ho più abbandonato, è un fratello minore per me. Ma oggi mi ha chiamato.

Una risonanza magnetica, bastardi come sono questi esami che ti dicono ‘forse, sì, ma, non si sa, ci vogliono ulteriori accertamenti’, e un medico sconsiderato, gli hanno fatto paventare la possibilità di una malattia degenerativa che lo renderebbe paralitico, lui, G., a 24 anni. Mentre scrivo sono in linea con lui al cell dall’ospedale della sua città, deve fare altri accertamenti per capire cos’ha veramente. Immaginate i prossimi venti minuti della sua vita. E domattina? E fra una settimana in attesa delle visite? Ha 24 anni.

La stessa età di un altro ragazzo che conosco. Altra malattia massacrante, e non lo dice a nessuno, porta il Colosseo sulle spalle tutti i giorni, lui, zitto, ma qui non posso farci nulla. Non mi conosce. Io conosco lui.

Notte triste questa.

Vorrei che tutta questa sofferenza – quella causata dai crimini politici denunciati da Povia, quella di questi ragazzi che neppure hanno avuto tempo di vivere – si potesse raccogliere in un abbraccio immane di uomini e donne che capiscono che solo in un abbraccio possiamo sopravvivere. Fuori da esso sono spine, gelo, pioggia, lupi, tempesta.

 


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