[Alcune considerazioni su...]

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QUANDO GUARDI A LUNGO NELL’ABISSO, L’ABISSO TI GUARDA DENTRO.

 

E’ quello che ho fatto, e ho sbagliato.

Ventun’anni. Ero istruttore di vela, surf e maestro di sci. A Folgarida, allora colonizzata dalle giovani belle mogli degli industriali di Carpi, io e un altro maestro venivamo pagati per scoparle. Arrivai a un tale punto di nausea che una sera rifiutai un rapporto a tre, due donne, che non è esattamente una schifezza. D’estate la spiaggia e le onde, e ancora ragazze, donne, ecc.

Poi di colpo lasciai tutto e a inizio anni ’80 andai a vivere a Londra. No, non la vostra Londra, ma quella di Ken Loach, quella del sadismo sociale allucinante di Hayek, Friedman e Thatcher. Vagavo per quelle periferie a occhi spalancati, non potevo credere alla disperazione, alla violenza, alla morte della speranza che mi si paravano davanti a ogni marciapiede, pub, casa disfatta. Umani ammucchiati in sacchi a pelo come cadaveri che puzzavano di piscio peggio che maiali, donne devastate dai pugni dei mariti alcolizzati che ti pregavano in ginocchio di dargli 10 sterline, anziani con l’Alzheimer lasciati morire senza riscaldamento in case puzzolenti e diroccate. Ragazzini abbruttiti provenienti dal nord inglese, quello devastato dalla morte dell’economia reale con licenziamenti a milioni e a favore della City degli speculatori assassini, ragazzini, dicevo, che a Old Compton road ti offrivano di spompinarti per 2 sterline…

Non richiusi mai più gli occhi, ci entrai in quell’orrore, a fare il manovale, a sentirmi annullato nell’autostima, fino ad arrivare a dover vivere con 2 sterline e mezzo al giorno tutto compreso. E più mi colava dentro le pupille il dolore di quel mondo sadico, e più mi cresceva dentro il male dell’anima, fino a collassare e a finire a prendere psicofarmaci potentissimi che io, la mia futura moglie e altri sbandati prendevamo come droghe per poter mangiare.

A Londra decisi di raccontare come il Neoliberismo riduce una società – e proprio quella inglese che inventò lo Stato Sociale – in una pila di gironi infernali ai quali non si può credere se non li si scende, quelli che io già allora sapevo sarebbero stati il nostro futuro anche in Italia (aspettate e vedrete).  Giornalista, iniziai così.

Ma Londra ti fa conoscere i rifugiati Kurdi che arrivavano con gli organi mutilati dalla Gendarma turca, le donne sfigurare dalle cuciture della vagina e delle labbra del viso sotto tortura. Ti fa conoscere i sopravvissuti dei Killing Fields cambogiani, e le loro storie. Ti mette in contatto con esseri umani incredibili che dedicano la loro vita da laici a portare aiuto all’Africa delle carestie. Londra sfornò un uomo come Bo Amin, il cameraman della BBC con un arto amputato che, siccome nessuno nel 1985 voleva credere che in Etiopia stavano morendo di fame come mosche, noleggiò un aereo a sue spese e riportò indietro delle immagini talmente atroci che l’intero mondo si mobilitò, Bob Geldof, Live Aid ecc.

E di nuovo non richiusi gli occhi. Mi ci buttai in Africa, coi miei reportage, e in Indonesia, Centro America, Medioriente. Ma sapete, quello che si può mostrare in 40 minuti di Tv è nulla, zero, confronto a quello che io vedevo nelle settimane, mesi, passati in quei posti. Gli odori che sentivo, il sangue che vedevo rappreso sui cadaveri, le sagome informi dei mutilati gambe e braccia che trovavo ai semafori strisciare a fianco delle auto con un cappello in bocca. Le donne cui misero un copertone d’auto intorno al collo bagnato di benzina e gli diedero fuoco; gli si scioglie letteralmente il volto che cola divenendo un tutt’uno rivoltante con le spalle. Le condannano a stare sui marciapiedi a chiedere l’elemosina. Bambini feriti senza cure con squarci allargati dai morsi delle mosche che vi depositano le uova.

Vedevo, mi colava dentro le pupille, colava. Gli occhi dei mostri che mi fissarono: Kissinger, che suda milioni di morti innocenti dai pori; i generali del Salvador, faccia a faccia con loro, con le guardie armate dietro le spalle; le fosse comuni, la sopravvissuta Rufina Amaja e la strage di El Mozote… “Sentivo il mio piccolo gridare ‘mammina aiuto, i soldati mi uccidono coi coltelli’… io scavai una buca nella terra, ci ficcai la testa e iniziai a urlare”.

Ma la mia missione era decisa: vedere l’orrore e raccontarlo. Non volevo fermarmi, e sbagliai.

A Copenaghen all’International Center for Torture Victims della dott.ssa Inge Kemp Genefke, con la mia associazione italiana per la riabilitazione delle vittime della tortura, a imparare. E imparare significa vedere i filmati di cosa è veramente la tortura, e poi, dopo quelli e col cervello che ti urla “bastaaaaaaa!”, a incontrare quei sopravvissuti. Il respiro che mi mancò quando Nestor Guerrero, Uruguay, si girò lento a guardarmi di traverso e sussurrò: “Io so cos’è la paura”. Le mani del bambino iraniano torturato di fronte ai genitori, come le teneva serrate quelle manine durante l’intervista che gli feci, non gli circolava più il sangue. Chinarmi a filmarle fu come vomitare.

Ma il dolore, io l’ho sempre saputo, non è confinato ai mondi lontani e alla brutalità delle guerre. C’è, orripilante, anche dentro le camere d’ospedale, o nell’abbandono dei senza fissa dimora, nelle tossicodipendenze. E la mia missione sterzò anche verso quelle. Otto anni ad aiutare ragazzi mai più di 40 anni a morire di Aids, o a volte di cancro. Ci ho scritto un libro, non è più in vendita. Ma cosa credete, che il sangue, il vomito, gli odori di una corsia di ammalati terminali siano minori di quelli in Sudan? Credete che la disumanità di certi medici sia minore di quella delle squadre della morte africane? Immagini su immagini, lacrime su lacrime, abbracci di un’impotenza da infarto a madri disperate o a corpi di 38 chili. Il rapinatore ex boss ora demente ischeletrito pieno di pustole che rigiravo nel letto… una sera arriva uno della sua ex gang a fare visita, una specie di bruto. Si appoggia con le mani che gli tremano alla ringhiera del letto, e lì c’è il suo ex boss che muore. Io lo sto accudendo ma nel torace dei 38 chili parte un conato, poi un getto di vomito di un colore disgustoso. Mentre schizzo a ficcargli la bacinella sotto il mento, il bruto crolla in ginocchio sotto il letto ansimando. La ragazza di 24 anni che mi supplicava di farle risparmiare il decimo prelievo midollare, era a due settimane dalla morte, come piangeva, e come io dovetti arrivare a urli nel corridoio contro una dottoressa il cui cervello era programmato prestampato a seguire il protocollo, ma non a capire le lacrime.

E tutto questo mi colava nelle pupille, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, notte dopo notte, per 30 anni.

Poi una sera un mio collega mi si avvicinò e mi disse quella frase, quella frase che mi fece capire che avevo sbagliato, e ora, ero condannato: “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. E’ di Friedrich Nietzsche. Non la conoscevo. Ma lui aveva visto i miei occhi, io non la conoscevo ma ora l’avevo in me.

Il resto è una storia personale di sopravvivenza, non la racconto qui. Basta. Ma ho sbagliato, dovevo tutelarmi, ora pago. Non imitatemi, voi giovani che vorreste aiutare questo mondo. Fatelo, ma tutelatevi.

BIG CALM


 


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